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I caratteri del soldato sardo
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Brigata Sassari
 
 
 Il nuorese  Attilio Deffenu, giovane  Ufficiale  addetto  al servizio propaganda, esponente del sindacalismo rivoluzionario e dell`autonomismo sardo, così scriveva all`Alto Comando:

“Il soldato sardo non può - sotto alcun riguardo - essere assimila­to al soldato di altre regioni d`Italia. Ragioni di carattere, ambiente storico e sociale diversissimo, in particolar modo l`isolamento nel quale il popolo sardo è vissuto dall`epoca dell`unificazione politica della Penisola, l`aver scarsa­mente partecipato al movimento di ascensione economica, com­merciale, culturale, che ha caratterizzato la vita italiana nell`ultimo cinquantennio ne  fanno un soldato sui generis …”. (1)
 

La “balentia”.
 
Il criterio del recluta­mento su base regionale adottato per  i sardi, fece sì che la Brigata non subisse, in misura critica, le forze  disgreganti presenti in qualsivoglia organizzazione. La fama e la gloria conquistate fin dalle prime fortunate azioni di guerra e il nazionale riconoscimento di questo valore non fecero altro che rafforzare le naturali capacità nell`affrontare la natura avversa, alla quale peraltro il sardo è abituato. Appaiono, nel contesto, fondamentali queste caratteristiche del soldato sardo:
 
· il sardo ha molto vivo e profondo il senso dell`onore e della fierezza;
 
· il soldato sardo non alza le braccia, non si è mai arreso in combattimento;
 
· nella scala dei valori morali vengono in primo luogo le virtù del coraggio, della bravura fisica, dello sprezzo del pericolo e del sentimento fondamentale dell`onore: nien­te urta di più  la suscettibilità del sardo che l`essere tacciato o solo sospettato di vigliaccheria;
 
· il senti­mento del dovere, della disciplina e lo spirito combattivo determinano la tempra morale della gente sarda, forse ingenua ma integra, che porta al rispetto per le istituzioni e la morale.
 

In seguito alle pesanti perdite, (fra morti, feriti e dispersi, 4358 unità compresi gli ufficiali) riportate nei primi cinque mesi di guerra, lo Stato Maggiore pensò di ricostituire gli organici della Brigata facendo confluire tutti i soldati sardi, operanti sul fronte, nella "Sassari"; furono così inquadrati nella nostra Brigata i soldati di "stirpe" sarda (come recitava la circolare del dicembre 1915) provenienti dalle altre brigate del Regio Esercito.

 
Emilio Lussu riporta, a proposito della estrema "sardizzazione" e della quasi "pulizia etnica" (lo so è un parallelismo eccessivo) attuata dallo Stato Maggiore nella Sassari, queste righe:
I non-sardi, per disposizione del Comando Supremo, venivano assegnati ad altre brigate: solo a pochi sottufficiali, per essere stati nella Brigata fin dal primo giorno, venne concesso, per compiacenti sotterfugi dei Comandi il «privilegio» di rimanervi. Gli ufficiali non erano tutti sardi, che non erano in numero sufficiente per sostituire quelli che cadevano. Vi furono quindi, sempre, parecchi ufficiali non sardi delle più disparate regioni. Ma tutti si sardizzavano: l`abito fa il monaco. E ballavano anch`essi la danza nazionale sarda e anch`essi cantavano il duru-duru.”  (2)
 
 
Questo disegno fece accrescere la forza del gruppo, ma nella truppa anche lo spirito di competizione. Nel particolare, i nuovi arrivati si trovarono in un contesto diverso da quello d`origine, nella Brigata tutti si erano contraddistinti per le innumerevoli azioni intraprese contro il nemico e tanti dei nuovi arrivati si dovettero adattare a non essere considerati migliori del resto della truppa.
 
 
Anche il bolotanese Leonardo Motzo, all`epoca dei fatti Tenente,  nel suo libro "Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari",  riporta alcune considerazioni sull`argomento, ma aggiunge qualcosa di particolare: più volte, durante tutto l`arco del conflitto, si ricorse alla ricostituzione degli organici di truppa mediante il "rastrellamento" dei sardi degli altri reggimenti di fanteria.
In particolare, nel gennaio 1918: "Le condizioni sanitarie della truppa erano veramente cattive. [...] Dopo qualche settimana si notò un miglioramento. Molti soldati rientrarono dall`ospedale. Purtuttavia la forza  era nei reparti alquanto ridotta e si dovette ricorrere ad un espediente che si era più volte ripetuto durante la guerra: far venire cioè alla Brigata i sardi degli altri reggimenti di fanteria; infatti arrivarono, a piccoli gruppi a cominciare dai primi di gennaio.
E` questo un fatto da rilevare per affermare ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, lo sfruttamento che si fece dei sardi in guerra e l`intensità del loro sacrificio. Inoltre era arrivato dalla Sardegna un intero battaglione complementare che si credette opportuno lasciare organicamente costituito, dato il poco tempo che ci separava dall`azione, e che chiameremo battaglione del 45° fanteria, poiché conservò fino al giorno dell`azione le mostrine e il numero di quel reggimento pure formato di sardi". (2a)
 
Non deve sorprendere che anche Motzo abbia espresso una così chiara posizione riguardo la politica dello Stato Maggiore. Il suo libro sulle vicende della Brigata, realizzato in forma di diario, potrebbe apparire ad una prima lettura  alquanto asettico e con un`impronta militarista. Mancano, questo è vero, in Motzo le considerazioni del tutto personali presenti invece nelle opere di Graziani, Tommasi, Bellieni, mentre Lussu meriterà un`analisi a parte. Ciò nonostante  analizzando in maniera approfondita il testo, si individua inequivocabilmente la posizione del comandante la compagnia d`assalto: sardo fra i sardi, e con essi solidale sino all`estremo sacrificio. Motzo avrebbe per tutto il periodo bellico fatto l`impossibile per assolvere il compito affidatogli, e sino in fondo, ma con un sentimento di profondo affetto e riguardo verso i soldati al suo comando; operando perché minime fossero le perdite umane e meno opprimenti le condizioni dei soldati al fronte. 
 
La dottoressa Giuseppina Fois, docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell`Università di Sassari, occupandosi di storia della Sardegna contemporanea con particolare attenzione alla partecipazione dei sardi alla Grande Guerra e in particolar modo all`esperienza della Brigata, scrive nel suo libro, che reputo, a oggi, il migliore lavoro di ricerca e analisi dei molteplici fattori che crearono il mito della "Sassari":
 
“In un giudizio perentorio e assai suggestivo, Bellieni scrive della «Sassari»: «Era una grossa tribù di sardi che teneva il fronte». (3)
Ed in effetti, come ha acutamente osservato Michelangelo Pira, «la grande guerra fu vissuta dalla Brigata "Sassari" come una guerra dell`etnia sarda in concorrenza con tutte le altre».
Da una parte stavano i sardi “de su Forza Paris”: omogeneizzati per la prima volta da una parola d`ordine, da una divisa, da un rancio, un fucile, un nemico, una provenienza e una koinè linguistica e forse (ma appunto forse) un avvenire. [….] Dall`altra parte stava non tanto l`impero austro-ungarico quanto il cecchino bava­rese.
Dalla stessa parte, a sinistra e a destra del tratto di fronte tenuto dalla «Sassari», c`erano ancora altri, non nemici ma concorrenti, termini oppositivi all`in­terno dell`associazione contro il nemico comune."
(4)
 
Pur con diverse analisi e percorsi, la visione della specificità della Brigata Sassari trova tra gli studiosi della materia un comune giudizio: la «guerra dei sardi» appare come l`affermazione dell`identità collettiva, come manifestazione di una specificità culturale. Il continuo mettere alla prova le proprie capacità, la dimostrazione del proprio valore, delle proprie attitudini a vincere le avversità naturali ed umane, sono tutte componenti essenziali per compren­dere la psicologia collettiva della Brigata Sassari.

Anche l`opera “Brigata Sassari. Note di guerra” di Giuseppe Tommasi di Mogoro, Tenente del 151° Regg., offre numerosi ele­menti a conferma di quanto sin quì sostenuto. La psicologia collettiva dei soldati sardi, il loro orgoglio regionale, il sentimento di fierez­za, rappresentano anche per Tommasi le radici di un comportamento che in battaglia non ha eguali:
“bastò che l`aiutante maggiore del battaglione rispondesse al capitano: «Viva la Sardegna!», che, come se i soldati avessero dinanzi a loro la visione della terra lontana, il nome della Sardegna passò dall`uno all`altro, fu ripetuto da tutte le boc­che, palpitò certo in ogni cuore.
E come se con quel nome avessero trovato ener­gie nuove, si rivoltano contro gli austriaci, fulmineamente come un sol uomo - ed erano, sì, feroci in quel momento - li ricacciano in su a baionetta bassa, li riportano nelle primitive posizioni e anche più oltre.”
(5)
 
 
La vicenda rimanda anche a quel modo particolare di guardare alla guerra che è tipico della cultura della Brigata Sassari: non c`è nella Brigata né un`adesione alla retorica propagandistica, né d`altra parte un rifiuto radicale della guerra.
Accanto a ciò è presente una consapevolezza, dolente e passiva, dell`inutilità della strage e la sua silenziosa accettazione:
siamo silenziosi e gravi tutti come sotto l`impressione di un tristo destino contro cui la nostra volontà nulla possa»", annota Tommasi in una delle pagine più drammatiche del suo diario di guerra. (6)
La tristezza con la quale i soldati guardano alla guerra potrebbe essere il frutto dell`antica rassegnazione contadi­na, ma che potrebbe evolversi, ad ogni momento, in una passivi­tà più sostanziale, che già indica una diversità nella catena del consenso.
Il capo verso precedente andrebbe, volendo, analizzato più dettagliatamente. Nella dinamica gerarchica delle forze tese allo sforzo bellico, la funzione operativa è svolta dalle forze sul campo. Mentre la funzione tecnica è svolta dai quadri intermedi che indicano “il come” le forze sul campo devono agire per conseguire gli obiettivi. La funzione strategica mira invece a individuare quali obiettivi finali devono e possono essere conseguiti, e mette a disposizione le risorse: finanziarie, tecniche, logistiche e umane.
Nell`aspetto di nostro interesse, la “passività più sostanziale” starebbe a indicare una "non disponibilità" della funzione operativa a svolgere strettamente i propri compiti come indicato dalla funzione tecnica. La quale, nello specifico, "potrebbe" essere rigidamente indottrinata dalle alte sfere strategico militari.
Dalla Brigata nasce così una richiesta sostanziale tesa a modificare in parte il collegamento fra strategia e tecnica e in grande misura anche il filo che lega la tecnica all`operatività.
 
Il fante, presa visione dello stato del “terreno” volle decidere, di volta in volta, come e quando portare la propria vita nella trincea nemica. Il “se” non si discusse mai, eravamo in guerra e la faccemmo per vincere, ovvio, ma i successi conseguiti furono figli di un proprietario pensare che scaturì dal legame e dal rapporto soldati-ufficiali.
 
Anche per i fanti sardi, forse, l`abnegazione e lo spirito di sacrificio sono l`eredità di una cultura nella quale domina un senso profondamente fatalistico della ineluttabilità della lotta e della inesorabilità della morte: ma, proprio perché è il portato di questa specifica e «diversa» cultura, «l`eroismo dei sardi» appare in certi momenti estraneo al modello della guerra patriottica e nazionale, carico di significati più reconditi, preannuncio di una più radicale scissione. (7)
Il pastore sardo pur distante dalla burocrazia di uno stato monarchico, ben comprendeva di essere in trappola: le vie di fuga per sottrarsi a una poco ipotetica morte prematura erano limitate. Il nostro fante quindi, non rifiutando la guerra "toutcourt", poneva  delle condizioni di esercizio, che venendo dal basso erano fondanti, e miravano a creare un territorio operativo unico, solido, comune e proprietario.

Esigeva il fante non solo chiare e rispettate regole dei rapporti sul campo, ma le voleva anche determinare. In breve tempo i nostri soldati capirono che l`unica via di salvezza era conservare l`abitudine e la capacità di affrontare le insidie, proprio come nell`aspra terra sarda. L`azione di gruppo ottimizzava e migliorava le capacità del singolo, mentre catalizzava  l`azione  e  i  risultati corali.

 
All`interno di un complesso sistemico "ante litteram" il sottosistema fante voleva essere libero di agire come meglio riteneva opportuno, muovendosi però all`interno di quelle regole non scritte che, se erano sempre andate bene in terra sarda, non di meno sarebbero state valide e accettate in trincea. Come paradosso l`attuale controparte  era anche nemica della giustizia del Re e la sua eliminazione addirittura richiesta e premiata.

Aveva allora già capito il Sassarino che i piani e le strategie dello Stato Maggiore, decise su una carta topografica, erano assolutamente inadeguate alla guerra reale, quella fatta sul terreno, in trincea. La sola possibilità di riuscita consisteva nel prendere coscienza che le decisioni operative, pratiche, ultime, dovevano essere prese sul campo, direttamente. Così accadde.

 
Il Tenente Graziani ricevette l`incarico, arduo, di conquistare il "Trincerone": scelse lui gli uomini, una trentina, due squadre, una per Reggimento. Decise lui con i suoi fanti la strategia, il quando, il come, il chi, il dove: un attacco di sorpresa, veloce, determinato nella sua fase finale.
 
Il Maggiore Dessì ricevette l`ordine, categorico e irrevocabile, di conquistare un trinceramento ben difeso e protetto, in posizione dominante. Decise lui la strategia: un attacco notturno, veloce, silenzioso, improvviso, condotto in prima persona. Senza far precedere l`attacco dalla solita azione preparatoria dell`artiglieria, che non solo annunciava l`imminente attacco, ma ne determinava, inequivocabilmente, il punto. Richiese invece una azione diversiva, cannoneggiando un tratto di trincea nemica distante centinaia di metri dal reale obiettivo.
Penso sia inutile dire che queste azioni ebbero un successo clamoroso.
 
 
Ma non bisogna pensare che si trattasse sempre di azioni di grande rilievo, perché alcune cose nella vita si fanno anche per il solo piacere di farle:
“Piras Efisio è uscito da solo, per conto suo, fuori della linea, nella Buca dei Bersaglieri, nome che abbiamo dato a una larga e profonda dolina che trovammo l`anno scorso piena di cadaveri di bersaglieri caduti negli attacchi delle Frasche, e non potendo fare altro è rientrato portandosi delle carte levate a un morto austriaco, una lampadina e una cassa di bombe.”  (8)
 
 
In questo contesto appare quindi emblematico il modo di combattere del fante sardo, per il quale il valore e l`abilità personale contano più della potenza delle armi, ancora:
“il soldato Pittorru di Oliena, che ingaggia un singolare duello a fucilate contro il can­none nemico (l`uomo solo contro la tecnologia bellica) e che, pro­posto per una decorazione, chiede «timidamente» di poter andare in licenza”. (9)
 
 
Le stesse spedizioni nella trincea nemica, per sorprendere l`avversario austriaco, la strage dei difensori o la conquista di prigionieri, sono in fondo profondamente congeniali a questo modo individualista di interpretare la prima guerra di massa della storia. In questo quadro l`emulazione, il confronto, l`orgoglio di corpo e quello di regione (ma anche quello di campanile, d`ogni singo­lo paese della Sardegna) ebbero una funzione non secondaria.
 
 
Per essere obiettivi è necessario riportare che il fante era sempre in allenamento. Nelle nostre trincee "scompariva ..." di tutto; ma proprio di tutto. Le testimonianze dirette narrano che scomparivano anche le lettere ricevute da casa, il vestiario poi era merce preziosissima e gli alimenti  erano ricercatissimi.
 Alcuni fanti scrivono a casa invitando la famiglia a non spedire cibo o vestiario che tanto sarebbe scomparso:
" ... Io avrei bisogno di molte cose, ma non scrivo niente perché i pacchi so che si perdono facilmente eppoi, pur ricevendolo, non abbiamo la possibilità di tenerlo, perché la roba sparisce come per incanto. Abbiamo perduto tutto: zaini, tascapani, avevo discreta biancheria pulita, scatolette di carne, aghi, filo, mantellina grigio-verde ... non ho più nulla, nemmeno la gavetta. Ho perduto anche le vostre lettere e cartoline." (Sul Carso 13 Agosto 1915)
" ... Ancora poche parole per il pacco di biancheria che le sorelle volevano spedirmi. Non voglio assolutamente che lo spediscano. E ciò per diverse ragioni che spero fra non molto, di potervi dire a voce. Ormai qui, siamo abituati a tutto."
(Sul Carso 30 Agosto 1915) (10)
Ma in linea di massima, nessuno si lamentava più di tanto anche perché la ruota girava un po` per tutti: forse dopo un po` si rientrava anche in possesso dei propri averi personali   "smarriti ...".
Questo accadeva perché il fante sardo aveva necessità di rimanere “concentrato”, quindi operava nel tempo libero all`interno delle trincee nemiche, anche se, non volendo a volte fare molta strada, si teneva in esercizio “operando” nelle proprie linee.
 
 
Così reale diventava la “sardizzazione” dei campi di battaglia, che arrivò sino alla pratica della bardana, la razzia praticata quasi esclusivamente in Sardegna, ai danni delle unità nemiche e non saltuariamente, bisogna ammetterlo, anche di quelle amiche.
I nostri soldati razziavano tutto quello che trovavano: armi, cibo, vettovaglie, attrezzature, vestiario, munizioni. Ma soprattutto prelevavano le cavalcature con le quali, una volta tornati nelle proprie linee, organizzavano dei veri e propri palii, le gare di abilità equestri, in ricordo di quelle a cui avevano partecipato e assistito nei rispettivi paesi in Sardegna.
 
 
Non bisogna pensare che si operassero solo malversazioni, perché si organizzarono anche delle attività culturali: le gare di poesia.
“ Ecco cosa si fa qui in Val Piana, una gola deserta che sbocca sui dirupi di Val Frenzela. Gli ufficiali hanno messo parte dei loro stipendi a disposizione di alcuni colleghi che hanno organizzato dei trattenimenti per la truppa, nelle ore libere del pomeriggio. Dico trattenimenti, ma in sostanza si tratta di gare poetiche … e di vino. Il sardo, solitamente grave e taciturno anche nei divertimenti, ama moltissimo il canto.
Una festa di Sardegna non si può chiamare una festa riuscita se non ha i cantori, e nell`isola ce n`è moltissimi. I cantori cantano a gara, in poesia rimata ordinariamente in ottave, su temi proposti lì per lì dal Comitato dei festeggiamenti. E tra una strofa e l`altra bisogna inumidire le gole, dando mano alle zucche colme di vino.
Cosi si fa in Val Piana. Gli Ufficiali si mettono al centro e attorno i cantori. E più al largo i soldati, tutte le compagnie e tutti i battaglioni, e persino gli altri reggimenti, attratti dalla novità. E cantano e cantano, i soldati, a gara, cercando ognuno per sé, per la sua regione, perché ci sono i conterranei che lo stimolano, e fanno la critica.
Il più quotato è Nieddu, un piccolo giovane dagli occhi vivacissimi e dalla voce buona. E gli ufficiali stessi, persino il cappellano, padre Michele Todde, da Tonara, dei francescani di Assisi, un cuor d`oro che dà ogni mese il suo stipendio ai soldati e ogni giorno in trincea fa la visita al reggimento, avendo perennemente a fior di labbro un sorriso o una facezia, versano da bere ai soldati.
Così per ore e ore, fin che le prime stelle del bel cielo quasi estivo non si accendano sulle cime dei monti ancora bianche e le tende grigie non chiamino al riposo e al silenzio questa meravigliosa e vergine forza di Sardegna.”
(11)
 
Un avvenimento come questo, risalente al giugno 1917 nel fondo della Val Piana, viene descritto anche da Leonardo Motzo (12) e da Lussu.
 

 

 
 
Il rapporto tra soldati e ufficiali.
  
Si presenta sotto vari aspetti anche nelle memorie del Capitano  Giuseppe Tommasi il tema sul legame soldati-ufficiali. Il rapporto quasi filia­le tra ufficiali e truppa, per esempio, si può anche esplicitare in ciò che disse il colonnello Cuoco, dopo un`infausta azione nella quale il nemico ci inflisse gravissime perdite:
“si è messo le mani fra i capelli e gridava: "vigliacchi, mi hanno ammazzato il battaglione!". Come un padre cui sia stato fatto un grave torto ai propri figli”. (13)
 
 
Le righe seguenti invece riportano uno dei momenti più drammatici narrati da Alfredo Graziani nel suo libro di memorie. Ho voluto riportare per intero la parte, che merita di essere letta nella sua interezza. Ma data la sua lunghezza non mi farete torto qualora decideste di passare oltre.
 

 
“Mi sono allontanato, accostandomi alla baracchetta del telefono; vi si trovavano il comandante del 112° ed il comandante del nostro battaglione. Nel vedermi mi ha piantato addosso due occhi torvi, quasi cattivi, digrignando i denti, ed ha continuato a restare curvo sull`apparecchio; vicino a lui il colonnello Avanzini, con la sua fierezza, con la sua integrità e col suo petto azzurro.

Diceva una voce che veniva da lontano: « …3° battaglione del 151°?» - «Sì, il 3° del 151°», rispondeva il nostro comandante, ed aggiungeva: «Non è possibile! I reticolato nemico è intatto, ripeto; sarebbe un macello inutile». La voce ignota insisteva: «Bisogna che il 151° vada all`attacco. Ha capito? Bisogna che vada!».
 
 
Nella semioscurità della tanaccia vedevo i volti dei due valorosi ufficiali contrarsi in una smorfia di rabbia ed in un impeto di rivolta. Alla cocciutaggine incosciente che arrivava sopra il filo faceva eco la fermezza giustificatamente negativa di due ufficiali che avevano visto e conoscevano di persona la situazione tragica.
Erano di quei valorosi che non hanno mai pensato a sottrarre né se stessi né gli altri ad un pericolo, ma che, in quelle circostanze, volevano difendere la vita dei loro soldati contro un attentato feroce e delittuoso.

«Non si può; ripeto che non si può» diceva il nostro.
«Si deve», continuava la voce.
In sostegno del nostro comandante è allora intervenuto il colonnello Avanzini:
«Signor Generale, il mio reggimento è tutto fuori; non può fare un passo avanti e soltanto la notte potrà salvarne una parte! Gli austriaci me lo stanno massacrando; i reticolati, purtroppo, sono del tutto intatti».

Il generale comandante di divisione insisteva; si ostinava nell`ordine assurdo ed disumano. Il dialogo assumeva forme veramente tragiche ed allarmanti.
«Lei, le dico, ordini al 3° battaglione di andare avanti!»
«Io non posso ordinarlo. Venga lei»… la parola, di nuovo, è toccata al nostro comandante.
L`ho sentito ripetere, giunto al parossismo del furore e della disperazione:
«Io sono un soldato ed ordino degli assalti, ma non mai degli assassinii».
E la lontana voce: «Io vi faccio sparare addosso dall`artiglieria»; e subito dopo: «Vi concedo cinque minuti».

Ed ancora, il nostro comandante: « Meglio morire che assassinare i propri soldati».
La comunicazione era stata tolta ed al quinto minuto una raffica di granate ha sfiorato le cime degli abeti; poi una seconda, più bassa. Era la «campagna» che sparava. Avrà saputo su chi sparava?
Mi sono rifugiato dai miei soldati, sull`orlo di un varco.
Di fuori, i gemiti e le urla e le strida continuavano, mentre le ombre della sera calavan piano, immergendo tutto nella quasi oscurità.

Qualche ferito, strisciando, lentissimo, ha cominciato ad affacciarsi ad un varco, allungando cautamente un braccio; dieci mani delle nostre lo afferravano. Lo tiravan dentro. Lo mettevano al sicuro. E soltanto allora, parecchi, molti, ritrovandosi nel mezzo dei loro fratelli, che, certo, temevano di non rivedere mai più, chiudendo gli occhi, mormoravano a fior di labbra: «Mamma mia! Mamma mia!» e svenivano, fra le nostre braccia.

Al di là della trincea l`atmosfera infernale di un dolore senza confronti e senza limiti, durava sempre comprimendoci l`anima ed ottenebrandoci i pensieri:
«`Sassari` ferma! ‘Sassari` non ti muovere!» si udiva ancora ripetere.
Straziante, spaventevole!
 
Una terza raffica, ancora più bassa, ha schiantato i rami degli abeti a quattro o cinque metri di altezza.
«Questa volta pare che voglian fare sul serio!»
Ed ho pensato alla infinita drammaticità della scena di cui ero stato spettatore nella baracchetta del telefono. Ho visto e vissuto il nuovo massacro imminente e me ne sono chiesto il perché.
Perché? Di dove proviene questa fatale necessità di far nuove vittime? Che cosa può giustificare l`invio di un battaglione (1000 uomini n.d.a.) ad una strage certa quanto inutile?

Questa è malvagità e morbosa sete di sangue; questo si chiama tradire la Patria. Non si tratta soltanto di sacrificare cinquecento uomini, si tratta di diffondere il terrore, di provocare delle ribellioni, di creare sfiducia e rancore contro i capi! Questo nostro è del migliore purpureo sangue italiano, fiero e generoso!
Perché volerne innaffiare la boscaglia, per il solo gusto barbaro di farlo e per la idiota soddisfazione di poter affermare:
«… ma l`azione si è fatta! Quattrocento morti, ma l`azione si è fatta!».
E dietro una piramide di assassinati, il luccichio di una decorazione.
 
Ma chi comanda sa davvero che cosa sta chiedendo ai propri soldati? Ne dubito, a meno che non lo si faccia per …
Ma questo sarebbe odioso, mostruoso, orribile, troppo. Non si può credere!
Mi ero fermamente deciso a due estremi: sacrificarmi, come il povero Santi  o spararmi sul cuore; ma, in nessun caso, mai, dare ordine ad un soldato di tirar fuori una mano, mai e poi mai!
 
Appoggiato con le spalle al rovescio del muretto, vedevo quanto accadeva intorno a me.
Dai varchi, qua e là, nell`ombra invadente, vedevo sporgere ed avanzare, timide, le mani e le braccia di quelli che tornavano dalla zona infernale; vedevo i nostri affacendarsi intorno ai redivivi, sorridere di compiacenza ad ogni uomo salvato dalla ferocia dei nemici; ma sentivo sempre i lamenti e le invocazioni; distinguevo sempre, nettamente, le voci ammonitrici:
«`Sassari`, sta` ferma! ‘Sassari`, non ti muovere!».
 
Nell`ombra le voci pareva che sortissero d`oltre tomba; avevano assunto una modalità cupa e lugubre, così com`erano accompagnate dai molti lamenti che scemavano di numero e di forza, facendosi sempre più tenui, sempre più fiochi!
Col trascorrere del tempo, anche la morte diffondeva dovunque la sua gelida ombra.

Ed io, proprio io, che amo questa gente come posso amare me stesso, io dovrei ordinare di andare incontro al suicidio, solo perché un uomo, probabilmente ignaro della situazione, ci comanda, a distanza: «Andate!».
Ah! Per Dio! No!
Ed alla terza raffica, dopo l`ultima salve di batteria, ho provato che cosa significasse sentirsi abbandonare fin dall`ultimo residuo di coraggio e di sangue freddo. Ho pronunziato, nel mio intimo, le parole di quel Papa Marcellino che non si sentiva di affrontare il martirio: «Quare dereliquisti me?».
 
Mi sono sentito le vene diventare, di botto, rigonfie fino a scoppiare; mi sono sentito divorare, improvvisamente, da una febbre da cavallo; i polsi e le tempie martellavano con violenza. Doveva essere quella che si dice «la febbre della paura», complicata dalla paura di far capire ai miei soldati che avevo paura.
Col cuore che a momenti correva come un puledro e a tratti si fermava come paralizzato; col cervello che mi rintronava nel cranio, cogli occhi che mi dolevano; sbalordito, ebro, ho poggiato la testa su un sasso del muretto della trincea ed ho atteso che suonasse la mia ora, fingendo di dormire.

Il capitano, venuto su, padrone nuovamente di se stesso mi ha detto:

- «Vattene all`ospedale ».
- «Nemmeno se mi squartano, li lascio».
Un`altra raffica, rabbiosa, ululante, alla stessa altezza della precedente, ci ha dato un brivido; poi, finalmente, l`ordine del buon senso; la liberazione dall`incubo atroce.
L`aria è di nuovo entrata liberamente nei polmoni; il cuore ha ripreso a funzionare col suo ritmo normale; la febbre è cessata istantaneamente.
 
Ci veniva comunicato: «L`azione resta sospesa fino a nuovo ordine».
Era intervenuto il Comando di Corpo d`Armata
.” 
(14)
 

 
Siamo in presenza di un deciso capovolgimento dell`ideologia "cadornista", di quel formalismo mili­tare che si fondava sulla separazione classista tra chi comanda e chi deve obbedire.
 
Ulteriore conferma della nuova attenzione e considerazione che gli Ufficiali ponevano nel rapporto con la truppa, scaturisce anche da alcune righe, ancora inedite, riportate in una cartolina postale, del settembre del 1917, che il Tenente Leonardo Motzo indirizzava a uno zio, anche lui in zona di guerra :
"... ora comando la compagnia d`assalto [...] quanto a me ci sto benissimo perché i soldati hanno riposto in me la massima fiducia: durante l`azione ho avuto solo due morti e sette feriti ...".
Queste poche parole confermano quanto si va sostenendo e mettono in risalto il nuovo atteggiamento che gli ufficiali, in modo particolare quelli di complemento, avevano nei confronti dei loro soldati. L`Ufficiale acquisisce il "diritto al comando" dimostrando le proprie capacità di guida, e non di meno per l`ufficiale è di primaria importanza la salvaguardia dei soldati sottoposti al suo comando.
 
Possiamo quindi ritenere che quello "spirito guida" che a volte è chiamato a condurre le truppe anche verso la morte, non traeva origine dalla mera gerarchia ma lo si conquistava sul campo con l`esempio, con la partecipazione e condivisione degli stessi rischi, degli stessi patimenti.
 
Questa aspettativa (che ancora si ricollega forse a più profonde radici tipiche del mondo rurale sardo) si accompagna, anche negli ufficiali, alla visio­ne della guerra fuori da ogni mito: come il colonnello Mammucari, comandante del 151° Reggimento, che, espostosi al nemico durante uno scontro e invitato da un subalterno a ripararsi, rispondeva «muoiono tanti soldati, può morire anche il loro colonnello». Questi ufficiali rappresentano un`eccezione nella storia militare della grande guer­ra.
 
 
Ancora dalle memorie del Capitano Giuseppe Tommasi:
“I soldati vogliono molto bene agli uffi­ciali. Dire che si fanno ammazzare per essi, non è una frase comu­ne. È una realtà quasi quotidiana. […] La superiorità degli ufficiali non consiste per questi soldati nei galloni. Credo anzi che i galloni i sardi non li cono­scano.” (15)
 
Per spiegare anche l`amalgama esistente tra gli ufficiali della Brigata si consideri che nelle ore di riposo le differenze di grado quasi sparivano e fra tutti si instaurava la massima cordialità, che arrivava alla ricerca della familiarità, se non alla confidenza. Poi, in servizio, il singolo riprendeva in modo naturale il suo posto, e con il suo grado anche la sua autorità, senza esitazioni e senza incomprensioni.
Il cemento che tiene unita la Brigata è dunque fatto anche di umanità reciproca e di una gerarchia naturale misurata sul valo­re effettivo.
I legami così costituiti sono, alla prova dei fatti, immensamente più saldi di quelli puramente militari: c`è chi - ufficiale - rinuncia a parte del rancio a favore dei subalterni e chi, atten­dente o semplice soldato, combatte per «vendicare» i superiori uccisi dal nemico.

 
Ancora riporta il Tenente Alfredo Graziani:
"E Garau, Alberto Garau (Tenente, n.d.a.), chi ce lo ridarà mai più? La sua sezione di mitraglieri bronzei lo piange; Dongu, il suo sergente maggiore, ha legato un nastro nero alle due armi ed ha raccolto il giuramento dei suoi di vendicarlo". (16)
 
Sovente i plotoni, le squadre, rimaste senza ufficiale comandante, rimasto ucciso in azione, furono guidate da caporali o da soldati semplici, che presero in mano la situazione e decisero direttamente le azioni di attacco e fondamentalmente le azioni di difesa della vita dei propri compagni. Tante furono le azioni portate a termine per vendicare la morte di un compaesano, di un amico e anche di un diretto superiore, verso il quale si provava un senso di stima e grande rispetto.
 
Anche se poi questi aspetti in particolare vengono dagli studiosi definiti dei "cliché ", creati a uso delle alte sfere militari, della propaganda guerrafondaia e della stampa che fungeva, anche allora, da cassa di risonanza; rimane fondamentale il fatto che episodi come questi siano a nostro parere realmente accaduti.
Non è pur vero che nei nostri paesi è "praticata", ancora oggi, la cosìddetta "vendetta barbaricina", che ricorre spesso la "disamistade"? Perché ritenere che azioni simili non possano essere accadute in un microcosmo di passioni come quello della trincea, della "tribù" dei sardi contro il cecchino bavarese, contro tutti?
 
 
Per comprendere sino in fondo il legame del tutto particolare che si creava tra fanti ed Ufficiali vi invito a leggere le seguenti considerazioni riportate dal Tenente Graziani nelle sue memorie:
"Non ho un Ufficiale; ma questo, per la verità, non mi preoccupa affatto, perchè ci sono i graduati sui quali posso fare il massimo affidamento, e ci sono gli «svizzeri». I primi me li sono fatti io; li ho conosciuti soldati; li ho fatti promuovere caporali, caporali maggiori ed in ultimo ho insistito perchè me li promuovessero sergenti per merito distinto; posso fidarmi di loro come di me stesso.
Insieme a questi quattro sottufficiali, Satta, Spano, Mastino, Carruxi, posseggo Anedda, che è un tesoro. E` uno dei pochissimi rimasti del primo tempo; un avanzo di Bosco Cappuccio; gli ho fatto dare i galloni da sergente maggiore e gli ho promesso la lasagna di maresciallo, che è la sua aspirazione suprema.
Non appena in possesso del bastone di maresciallo si fidanzerà ufficialmente con una ragazza di Isili, della quale tratto tratto mi fa leggere le lettere affettuose, tessendone il panegirico. 
(Anedda morì sullo Zebio, qualche giorno dopo essere stato promosso maresciallo .... , n.d.a.)
Gli «svizzeri» sono poi una specialità della 12ª; è una specie di guardia pretoriana; sono vecchi soldati affezionatissimi, ecco tutto. Posso contare su di loro nel modo più assoluto, per qualunque cosa, per qualunque incarico; anche il più delicato, il più segreto, il più pericoloso. Prescindendo da tutto ciò, posso fidarmi, in tutto e per tutto, dei soldati stessi, senza eccezione.
Ho avuto infinite e commoventi prove del profondo, tacito affetto di questa gente, e sono matematicamente certo che non v`è cosa che io non possa chieder loro che non sia sicuro di ottenere, o che essi non facciano il possibile per dare.
"
(17)
 
 
Si possono ritenere queste righe frutto di una eccitazione dello spirito e allora poco verosimili, scritte solo per dare un contesto a ben altre suggestioni letterarie. Personalmente ritengo invece che tali emozioni e azioni furono del tutto reali; sarei curioso di ritrovare gli studiosi della materia dopo qualche mese di trincea, quella di allora, e domandare loro quale spirito di corpo si fosse mai potuto creare in un inferno simile.
 
 
 
La "sardità" in trincea.
 
Un`altra specificità della Brigata Sassari si può individuare nella diversa lettura dei valori determinati dalla supremazia della sostanza sulla forma, dalla preminenza del rapporto fra uomini su quello fra soldati.
Se è vero che erano insofferenti verso una disciplina esteriore, se rifiutavano di certo il sacrificio inutile, traevano proprio da questi aspetti una forza inaspettata che stava alla base del valore dei sardi in guerra. Questa anima quasi sovversiva dei sardi, la loro estraneità all`ideologia militare, si trasforma nella massima efficienza bellica di fronte al nemico, e quando, in altri corpi e reggimenti, i vincoli gerarchici cedono di fronte al disastro militare e alla manifesta incapacità degli alti comandi, la Brigata dà prova di uno spirito di corpo incrollabile. (18)
 
Lo spirito di lealtà e fedeltà, espressione profonda della nostra cultura, si esplicava nei soldati sardi in trincea, con il riconoscere alla Brigata la figura, del tutto privata e intima, di "familia": la Sassari era la nuova, e già da allora "allargata", famiglia. Tutti per uno e uno per tutti: ovvero "forza paris". 
 
 
Sempre Graziani, nelle righe che seguono, narra di quando, dopo essere quasi fuggito dall`ospedale militare, presso il quale era ricoverato, riuscì a raggiungere la Brigata impegnata nella ritirata dopo Caporetto:
" Abbiamo iniziato il nostro pellegrinaggio verso il fronte, alla ricerca della nostre mostrine; per la difesa, ad oltranza, della nostra Bandiera. [...] Corsa angosciosa, fra turbe di borghesi terrorizzati e vere orde incomposte di soldati, ora istupiditi, ora sghignazzanti; a volte mansueti, a volte brutali; ma sempre folli, folli di tutte le forme della follia. Corsa tremendamente affannosa, svoltasi non so come, compiuta non so come, per un miracolo del nostro Dio, contro corrente fendendo la fiumana dei fuggenti; attraverso i campi ed i sentieri, non contaminati ancora da tutte le vigliaccherie. [...]
Ho visto o mi è parso di vedere?
... No, avevo visto e ben visto! Una mostrina bianca e rossa ... un`altra, un po` distante ... poi una terza ... poi altre ancora!
... Dio mio, Ti ringrazio! ... e mi sono precipitato come un pazzo, a braccia aperte, verso di loro.
Erano dei miei, veramente dei «miei», dico; della mia compagnia; vi era il sergente Satta, vi erano quindici uomini, li comandava il tenente Razzetti. Portavano la Bandiera del Reggimento! Il paradiso, per me, dopo il tormentatissimo inferno."
(19)
Il Tenente Graziani cercava le mostrine, cercava la "Sassari", cercava la forza d`animo che scaturiva dal gruppo. Sapeva che solo in quel gruppo e con quel gruppo avrebbe avuto qualche speranza di poter confermare, nella continuità, la missione della Brigata. Si sarebbe odiato per essere stato lontano in un momento come quello; odiato per non essere, forse, morto con la sua compagnia. Ecco, vincere o morire ma insieme, fra le mostrine bianco-rosse.
 
 
Ulteriore conferma di questo strano, e al contempo inscalfibile, sentimento di appartenenza ci offrono queste righe:
" ... Mi raffiguravo spesso la mia Bandiera, fra le vampate e gli ardori della mischia; ripensavo spesso i volti serenamente fieri e gli sguardi di tutti i miei soldati quando, nelle ore del supremo pericolo, si rivolgevano a me, come per dirmi: «Siamo tutti con te perché sappiamo che tu sei con noi»; mi sentivo spesso riscaldato ancora dal calore di quell`affetto ed illuminato dalla luce di quegli sguardi ...»". E` il Tenente Graziani che, nella primavera del 1918 dopo essere stato messo a riposo per almeno sei mesi ed essere rientrato per la convalescenza a Tempio Pausania, ci confessa il suo tormento. (20)
 
Ancora Alfredo Graziani parla della disciplina del soldato sardo:
" In guerra, per conto mio, non mi interessa di avere soldati che trascurino di salutare, quando quegli stessi soldati non trascurano di battersi, per tutti gli dei dell`Olimpo, se ricevono la consegna di "non mollare", non v`è barba di tedesco che li smonti di un millimetro. E che importa se molte volte, seguendo un vezzo dialettale, danno del «tu» agli ufficiali, quando, al momento opportuno, sanno farsi ammazzare per loro? E ne abbiamo visti di casi! I nostri son fatti così; prendiamoli così."  (21)

 


Nel contesto specifico di una guerra lontana dalla propria terra natale, è importante comprendere anche il rapporto madre-figlio. Nella cultura del sardo è la madre ad essere la più attenta, la più vicina ai sentimenti di un figlio. Il legame tra madre e figlio è strettissimo, al punto che inizia ancora prima della nascita e mai ha termine. Alla luce di tale rapporto è immediato immaginare che i soldati in trincea, anche nel caos della battaglia, potessero pensare alla famiglia lontana. Con il protrarsi della guerra furono arruolati sardi sempre più giovani, e questi lasciavano al paese le loro, certo giovani, madri.
 
Giuseppe Tommasi scrive a sua madre queste righe colme di un amore indicibile:
“… uno appresso l`altro partirono anche gli altri tre figli tuoi, e il tuo dolore aumentò. Tu non lo manifestavi con alcuno di noi, neppure nei brevi rari giorni della licenza. Ma io lo sapevo, lo sentivo, me ne accorgevo. Perché tu ogni anno mettevi sempre più molti capelli bianchi e tenevi la pia lampada sempre accesa, giorno e notte.
Ho sempre creduto che chi ha veramente sentito e fatto la guerra non siamo stati noi che portammo i nostri giovani corpi avidi di vita nelle fornaci della morte, ma voi, madri, quelle che piangeste a ciglio asciutto, quelle cui il cuore sanguinò più che non a noi la nostra carne aperta dal ferro nemico: per tutta l`ansia che vi tenne sospese, attimo per attimo, per quattro anni, sulla sorte delle creature vostre.(22)

Anche nell`opera di Lussu troviamo un richiamo profondo all`affetto per la madre, e di converso al suo amore per il figlio:
Io mi accomiatai solo dalla mamma, che rimase in casa. Il distacco fu semplice. La mamma mi carezzò e mi baciò infinite volte, senza versare una lacrima, e, qualche istante, persino sorridente. Mostrava una così grande fiducia che io stesso ne ero stupito. Mai avrei supposto in lei tanta forza d`animo. Il babbo, muto, andava su e giù, senza guardarci.
 Avevamo fatto una cinquantina di metri fuori casa. Il babbo mi teneva sotto braccio. [...] Mi accorsi che avevo dimenticato in casa il frustino. Lasciai il babbo e, a grandi passi, rifeci la strada. La porta di casa era ancora aperta. Entrai e gridai: «Mamma, ho dimenticato il frustino». Al centro della sala, accanto ad una sedia rovesciata, la mamma era accasciata sul pavimento, in singhiozzi. Io la raccolsi, l`aiutai a sollevarsi. Ma non si reggeva più da sola, tanto, in pochi istanti, si era disfatta. Tentai di dirle parole di conforto, ma si struggeva in lacrime.” (23)
 
La necessità degli affetti spingeva così i sardi a ricreare, anche in zona di guerra e per quanto possibile, un rapporto di familiarità tra i soldati e un ambiente vicino alle loro tradizioni, quasi per ridurre fisicamente la distanza tra l`isola e i campi di battaglia. Questa propaggine di Sardegna sin sul Carso o sull`Altipiano di Asiago rendeva ai sardi, da sempre malati di nostalgia, meno pesante la tensione e le sofferenze della guerra. Il sentimento di “sardità”, l`amore profondo per la propria terra e le proprie tradizioni, riusciva a prendere vita anche nei momenti più drammatici della loro esistenza.

Alfredo Graziani riporta che quando tornò al fronte dopo un periodo di convalescenza, causa un ferimento in battaglia, moltissimi soldati andarono a salutarlo, a stringergli la mano e invitarlo nel proprio baraccamento per ricevere gli onori di casa. Egli racconta che gli offrirono del porcetto, della vernaccia, del formaggio marcio: “… non è mancato, per festeggiare, degnamente il mio ritorno, né un bicchiere di vernaccia, né un bicchiere di oliena, accompagnati da uno squisito pezzo di formaggio marcio e da una ancor più squisita fetta di porcetto, lattonzolo(24), ovviamente tutto rigorosamente sardo.
 Altro aspetto che ha assunto, nel tempo, un contorno quasi folcloristico se non di mistero, riguarda l`uso o meno della “pattadese” da parte dei fanti negli scontri corpo a corpo con il nemico austriaco. Ovvero ancora si dibatte se i sardi abbiano fatto, o meno, un uso sistematico della nostra arma regionale sostituendola alla baionetta d`ordinanza.
I vari riscontri sull`argomento conducono a pensare che l`utilizzo della “pattadese” (resorza, arresorza, resolza, arresoja, leppa, guspinesa in funzione delle zone di origine)  fu soprattutto una scelta del tutto personale, e legata alla dimestichezza che taluno dimostrava nell`utilizzo di un`arma da taglio di quelle dimensioni. Appare peraltro curiosa l`enfasi data da alcuni studiosi a questo argomento.
 
 
Ma la più importante delle motivazioni è sempre stato il richiamo, diretto e non, alla Sardegna: bastava il ricordo, la parola, il cenno, il proferire della parola “Sardegna”, che in fante si rinvigoriva nell`anima e nelle membra, pronto ad affrontare per l`ennesima volta la morte.
Descrive così Emilio Lussu l`effetto del richiamo, del pensiero della Sardegna:
“Nei giorni di depressione maggiore, quando i morti erano troppi e bisognava ricominciare da capo una guerra che sembrava non dovesse ormai aver più fine, era sempre il richiamo alla Sardegna che rianimava tutti. Per rendere meno triste uno di questi giorni, sull`altipiano di Asiago, dopo un combattimento in cui tanti erano caduti, il comandante la Divisione, alla Brigata a riposo nel fondo di una vallata, faceva ogni pomeriggio suonare la banda. Ma pareva che la banda suonasse canti funebri, tale era il disinteresse di tutti che rimanevano sparpagliati sulle colline circostanti, a piccoli gruppi, ognuno cantando le melopee del villaggio. Per suggerimento d`un gruppo d`ufficiali, fu fatto venire d`urgenza lo spartito del ballo tradizionale sardo e, senza preavviso, la banda lo suonò. In un attimo, dalle cime, si precipitò nel fondo valle tutta la Brigata, quattro o cinquemila uomini apparvero, stretti gli uni agli altri, esaltarsi in un trasporto di cui è difficile dire se fosse gioia o dolore.” (25)


 
 

(1) A. Deffenu, Relazione sui mezzi più idonei di propaganda morale da adottare fra le truppe della Brigata, ora in R. Branca – F. Pala, Vita e poesia di Sardegna, Genova, s.d. (ma 1938) pp. 50 ss.
(2) E. Lussu, in La Brigata Sassari e il partito Sardo d`Azione, in «Il ponte», a. Vili, n.9-10, settembre 1951.
(2a) Leonardo Motzo, Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari,  Edizioni della Torre,  Cagliari, 2007, p. 187.
(3) C. Bellieni, Emilio Lussu, Cagliari, 1924, pp. 36-37.
(4) Giuseppina Fois , Storia della Brigata Sassari, Edizione della Torre pp. 54-59.
(5) G. Tommasi, op. cit. p. 27.
(6) Ibidem, p. 140.
(7) Giuseppina Fois , Storia della Brigata Sassari, Edizione della Torre pp. 54-59.
(8) G. Tommasi, op. cit. p. 92.
(9) G. Tommasi, op. cit. p. 176.
(10) Ines Loi Corvetto, Dai Bressaglieri alla Fantaria, in Officina Linguistica a. II n.2 1998.
(11) G. Tommasi, op. cit. p.180-81
(12) Leonardo Motzo, Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari, Edizioni della Torre, pp. 130-131.
(13) G. Tommasi, op. cit. p. 72.
(14) Alfredo Graziani, "Fanterie Sarde all`ombra del Tricolore" , 1935, Edizioni Gallizzi, Sassari, 1987, p.289-291.
(15) G. Tommasi, op. cit. p. 50.
(16) Alfredo Graziani, op. cit., p. 143.
(17) Ibidem, p. 200.
(18) E. Lussu, Un anno sull`Altipiano, ed. Einaudi, 1966, pp. 152-154, pp. 208-215. Il Capitano Ottolenghi meditò a lungo sul come fare ad uccidere il Generale Leone.
(19) Alfredo Graziani, op. cit. p.
(20) Ibidem, p.327-29.
(21) Ibidem, p.350.
(22) G. Tommasi, op. cit. p. 6.
(23) E. Lussu op.cit. p. 165.
(24) Alfredo Graziani, op. cit. p. 236.
(25) E. Lussu, in La Brigata Sassari e il Partito Sardo d`Azione, in "Il Ponte" a. Vili, n.9-19, settembre 1951.

è un'idea di Roberto Pilia
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