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Alfredo Graziani
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Brigata Sassari
 
  Alfredo Graziani nasce a Tempio Pausania nel 1892, il 2 di gennaio, figlio di Carlo e di Battistina Morla. Il padre era un possidente mentre la madre faceva parte della ristretta cerchia di famiglie benestanti del capoluogo gallurese essendo imparentata con alcuni dei nomi più in vista come gli Altea, i Cao e i Pes.
 Graziani adolescente abbraccia gli studi classici e frequenta il Liceo Ginnasio, per i primi due anni a Tempio, terminando poi il corso di studi a Livorno, dove, per qualche tempo, si trasferì l`intera famiglia. Appena poté si arruolò in Cavalleria, congedandosi nel 1914. Allo scoppio della guerra Graziani venne richiamato alle armi e inquadrato nel 18° Reggimento di Cavalleria "Piacenza", diventò quindi un “Ussero”.
 
 Fu proprio Graziani il primo a intraprendere le “azioni ardite”, sul Carso il 21 agosto del 1915, studiò e guidò un`azione di grande difficoltà. Comandando 30 soldati, scelti fra i due reggimenti, lasciò le proprie linee, tra Bosco Lancia e Bosco Triangolare. Riuscì a condurre i suoi uomini nella trincea austriaca e, ferito ad una gamba, continuò nell`azione che ebbe per risultato l`occupazione del trinceramento nemico, il cosiddetto “Trincerone Zeta”, una delle più solide trincee nemiche, difesa da un battaglione di “honved” ungheresi. L`azione si concluse con la cattura di 87 nemici, fra cui due ufficiali, e una mitragliatrice.
 
 Per tale azione gli fu conferita la sola medaglia di bronzo al valore militare, mentre agli altri partecipanti, o meglio ai 12 sopravvissuti, venne conferita la medaglia d`argento.
 
 Un altro ufficiale della Brigata, il Ten. Tommasi, lo ricorda come "animo generoso e ardimentoso", dotato di uno "spirito entusiasta e generosissimo che fece tutta la guerra fra i sardi e fu ferito varie volte".
 
 Il Generale Motzo, invece, lo definisce "quadrato e massiccio uomo di azione e di cuore", e ancora "un nobile esempio per i soldati, che lo seguivano ammirati ed entusiasti".
 
 Era Graziani tanto ardimentoso e intrepido da distinguersi anche nel momento del dolore fisico provocatogli dallo scoppio di una bomba, che lo ferì in maniera importante alla pianta del piede, il 27 settembre 1916:
 "E lui se ne è andato via in barella, ridendo e salutando tutti, come se niente fosse, caro il nostro cavalleggero di Piacenza!", riporta il Tenente Giuseppe Tommasi nelle sue memorie.
 
 Tornò in trincea il 9 aprile 1917, "forzando i tempi di una guarigione che in realtà non sarà mai completa: una serie interminabile di operazioni chirurgiche, un vero e proprio calvario, dolori atroci sopiti a sua insaputa con dosi massicce di morfina lo segneranno profondamente", come riporta Giuseppina Fois.
 
 Graziani fu "una figura caratteristica nella Brigata col suo bavero verde di cavalleggero", come riporta Motzo, e si distinse non solo per una, del tutto personale, “audacia guerriera” ma anche per l`animo ribelle e la lontananza dagli schemi gerarchici militari, che lo resero, forse se non inviso, almeno distante dalla considerazione degli alti gradi militari. Tale personale “vis pugnandi” non lo avvicinava alle rigide regole della disciplina militare. Egli infatti divenne celebre, oltre che per le preclare imprese belliche, anche per altre gesta che di militaresco poco si ammantavano.
 
 Narra Emilio Lussu: "Una sera, mentre stavamo a riposo, dopo aver bevuto e frammischiato, senza eccessiva misura, alcuni vini di Piemonte, a cavallo, era penetrato, ugualmente di sorpresa, nella sala di mensa, in cui pranzava il colonnello con gli ufficiali del comando del reggimento. Egli non aveva pronunciato una sola parola, ma il cavallo, che sembrava conoscere perfettamente le gerarchie militari, aveva lungamente caracollato e nitrito attorno al colonnello. Per questo fatto diversamente apprezzato, poco era mancato che non fosse rimandato alla sua Arma".
 
 Sempre lui, Graziani fu poi a capo della fanfara fatta, dal 1° plotone del battaglione con improvvisati strumenti (al posto della tromba una grande caffettiera di latta, per clarini e flauti pugni chiusi da cui levando ora un dito ora l`altro fuoriuscivano soffi d`aria e quindi suoni variamente modulati, e poi coperchi di gavetta, vecchi recipienti di cuoio o di tela) nella piazza del municipio, dinanzi al comandante della brigata, il comandante del reggimento e le autorità civili della città.
 
 Ancora Lussu racconta: "La compagnia di testa, per quattro, marciava, marziale. I soldati erano infangati, ma quella tenuta da trincea rendeva più solenne la parata. Arrivato all`altezza delle autorità, il tenente Grisoni (cioè Graziani, n.d.a.) si drizzò sulle staffe e, rivolto alla compagnia, comandò: "Attenti a sinistra!". Era il saluto al comandante di brigata. Ma era anche il segnale convenuto perché il 1° plotone entrasse in azione. Immediatamente, si svelò tutta una fanfara accuratamente organizzata. [...] . Ne risultava un insieme mirabile di musicata allegria di guerra. Il comandante di brigata s`accigliò, ma infine sorrise".
 
 Dimessi i panni del soldato impavido e guascone, Graziani si poteva ritenere un giovane di ottime maniere e anche un dongiovanni, se è vero che Camillo Bellieni, ricordando come Lussu fosse stato "uno degli ufficiali più eleganti e fortunati" in fatto di donne, precisò che poteva "ricever dei punti solo da Alfredo Graziani, che nella sua qualità di cavalleggero e d`ordinanza del Generale godeva fama di rubacuori irresistibile".
 
 Come si usava al tempo, sfoggiava dei folti baffi castani, come pure castani erano gli occhi e i capelli. Inoltre era bruno di carnagione e certo, con una statura di 1 metro e 73 centimetri, alto per la media dei sardi del tempo.
 
 Graziani fu costretto a lasciare la Brigata nel marzo 1918, con una licenza per convalescenza di 45 giorni impostagli dai medici, e tornò a Tempio; convalescenza poi prolungata d`autorità per altri 180 giorni. Trascorse però questo periodo addestrando le reclute sulla terra di casa, ma sempre col rimpianto e un certo senso di colpa per essere lontano dal fronte, lontano dai suoi soldati, dalla “Sassari”, e impossibilitato a partecipare alle drammatiche giornate della riscossa sul Piave e finanche alla gioia per le ore della Vittoria. Ma, sopra ogni cosa, grande fu il dolore per la morte del fratello Francesco, prima dato per disperso e poi accertato morto, in prigionia e per malattia, nel marzo 1918.
 
 Nel dopoguerra, accanto a Diego Pinna e Gavino Gabriel, fu uno dei capi della sezione tempiese dell`Associazione Nazionale Combattenti, che fornì i quadri sia alla locale sezione del Partito Sardo d`Azione che a quella del Fascio dei Combattenti, che poi comunque confluirono nel Partito Fascista.
 
 Ma come Graziani non fu militare devoto alla gerarchia non fu neanche uomo di partito, e nel fascismo ufficiale sarebbe sempre rimasto defilato, anche quando forse i suoi trascorsi nella Brigata avrebbero potuto concedergli qualche vantaggio.
 
 Graziani sposò, agli inizi degli anni venti, Maria Corda, figlia di un ricco proprietario tempiese, da cui ebbe due figli, Carlo e Francesco. Nel settembre 1922 si iscrisse all`albo dei procuratori legali, intraprendendo così la carriera di avvocato penalista.
 
 In seguito dimostrò, ancora, di non essere adatto per una vita da semplice "borghese", e quando l`Italia fascista si trovò impegnata su nuovi fronti di guerra, da questi non volle restare lontano.
 
 La sua "antica vocazione guerriera", come definiva un po` scherzando la sua propensione alle armi, lo portarono a partecipare come volontario alla guerra d`Africa dal settembre 1935 al maggio 1936, alla guerra civile spagnola con la 138ª Legione della MVSN dal giugno 1937 al marzo 1938, e infine alla seconda guerra mondiale, combattendo in Grecia col grado di capitano.
 

 Tornato poi in Sardegna, riprese la sua professione "borghese" prima ad Iglesias e poi a Tempio, dove morì, l`8 agosto 1950, all`età di soli 58 anni.


è un'idea di Roberto Pilia
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