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Fotografi soldati e soldati fotografi

Fotografi soldati e soldati fotografi

di Enrico Acerbi
 

Nonostante  una comune opinione che reputa la diffusione dell`arte fotografica un evento recente, tale "passione" risale, almeno come fenomeno di massa, a quasi un secolo fa. Infatti molte tecnologie moderne erano già disponibili nel tardo ottocento, sia pure in forma rudimentale e molti brevetti innovativi, inerenti la fotografia, furono congelati e depositati molti anni prima di essere commercializzati. (es. la pellicola tipo Polaroid è un brevetto AGFA del 1928).


Verso la fine del secolo ottocentesco la fotografia utilizzava la tecnica del bianco-nero. Una particolare sensibilità artistica, legata alla cultura dell`epoca che rifiutava la rappresentazione realistica della realtà, induceva i fotografi professionisti, i gestori degli ateliers, ad utilizzare tecniche che "truccavano" la foto. Viraggi speciali, filtri ed effetti speciali dovevano rendere la foto simile ad un quadro impressionista. Tale modalità espressiva andava sotto il nome di "Pittorialismo". Il colore, benché tecnica disponibile, era poco diffuso poiché di complicata esecuzione. Nel 1858 primi esperimenti a colori utilizzarono la zincografia su cliché, impressionando i materiali grazie a filtri colorati, progredendo poi sino al 1906 quando la società Lumiere brevettava la prima lastra Autochrome (essa poteva essere impressionata a colori senza il ricorso a lastre separate per il giallo, il magenta ed il blu).
 
Il bianco-nero si sviluppava grazie agli apparecchi a treppiede che utilizzavano lastre ad emulsione colloidale (Vogel 1873). Tale tecnologia consentì il proliferare di studi fotografici particolarmente versati all`esecuzione del ritratto, il genere d`immagine più popolare.
 
Lo sviluppo di massa della fotografia originava, tuttavia, dall`impiego sempre più costante delle immagini nei mass-media dell`epoca: i giornali illustrati. Nel 1880 il Daily Graphic presentò al pubblico il primo giornale in cui erano riprodotte foto con tecnica Halftone (mezzotono, in cui i grigi erano ottenuti grazie a puntini neri più o meno fitti). Soltanto dieci anni dopo si riuscì ad utilizzare i cliché fotografici direttamente per la stampa dei giornali illustrati. Tuttavia il vero salto di qualità nei materiali avvenne quando la lastra in vetro secca, coperta di bromuro d`argento e gelatina, venne affiancata (Eastman 1889) dalla carta negativa Kodak. I nuovi costi ridotti potevano originare una diffusione di massa.
 
Il primo tentativo di commercializzazione massiva di apparati fotografici fu un fallimento. Prototipi di macchine portatili a scatto, definite "Detectives", furono immesse sul mercato, ma la scarsa qualità degli obiettivi qualificò tale operazione come una vera truffa. Nello stesso anno in cui la Kodak brevettava la pellicola negativa, però, a Jena, la Carl Zeiss brevettava obiettivi anastigmatici, migliore garanzia per la nitidezza delle immagini riprodotte. In seguito al miglioramento delle ottiche si ritentò nuovamente la commercializzazione di massa degli apparecchi portatili, tra il 1895 ed il nuovo secolo.
 
La VEST POCKET KODAK
Nel 1895, il brillante Eastman, brevettò le prime vere macchine portatili a soffietto, denominate Vest Pocket Kodak, definite dalla pubblicità in Italia come le pocket dell`Alpino. Tali apparecchi utilizzavano pellicole Kodak 4 12 x 6 di celluloide di costo assai limitato. Tre anni dopo Bausch brevettava un diaframma centrale a lamelle, finalmente realizzando l`obiettivo di ottenere immagini di buona qualità a prezzi accessibili. Il mercato di massa era ufficialmente aperto.
 

Gli apparecchi "a piede" rimasero confinati agli ateliers o utilizzati dai fotografi di professione ambulanti. Nei primi anni del `900, escludendo per l`appunto i numerosi fotografi di professione e gli ambulanti, non si poteva ancora dire che l`hobby fosse molto diffuso, almeno in Italia. La Pocket camera era soprattutto "di moda" tra i ceti aristocratico-borghesi, legati alle realtà industriali del nord. Fu l`anno 1910 a diffondere definitivamente la Pocket camera a scatto, con un ulteriore abbattimento dei prezzi. Gli studi professionali, dediti al ritratto, entrarono in crisi. (numerosi fotografi professionisti passarono al nuovo mito della Belle Epoque: il cinematografo).
 


Constatare chi, allo scoppio della Grande Guerra, poteva permettersi una macchina fotografica personale è semplice. Considerando che il salario medio di un operaio nel 1914 era di circa 3,90 lire al giorno (circa 12.000 lire attuali) e che il salario di un tecnico poteva raggiungere le 9 - 10 lire giornaliere (circa 30 - 35.000 attuali), considerando che il prezzo della Camera pocket era di 40 lire (circa 120.000 di oggi - ben 69 lire con obiettivo anastigmatico), è chiaro come un operaio dovesse investire 10 giornate di salario per pagarsi la camera, senza contare il costo dei rullini e dello sviluppo. Per tale motivo la fotografia diventò un hobby borghese e, in guerra, riservato agli ufficiali.


Accadde a molti fotografi di professione di essere ingaggiati dall`esercito nelle sezioni fotografiche, per una documentazione soprattutto propagandistica e topografica. Così i veri testimoni della guerra furono ufficiali (e rari soldati) muniti di Pocket camera.
 


In guerra

Una cosa che incuriosisce chi studia gli "affari" militari dell`epoca è una rilassata censura militare sul materiale fotografico, quasi a voler intendere la foto come materia più artistica che documentale. Al di là di generici ed energici inviti a non fotografare le prime linee, materiali militari e quant`altro, onde non incorrere nell`insidia dello spionaggio, le autorità militari davano, in definitiva, ampie possibilità all`uso personale del mezzo e concedevano facilmente relative autorizzazione.
 

Così si giustifica la presenza di numerosi archivi privati che, ancor oggi, si possono trovare nelle soffitte di case appartenute ad ex combattenti. La "censura" del soldato fotografo sul campo non era soltanto ufficiale. Pesante motivazione era la paura di punizioni militari per la diffusione di foto troppo realistiche che potessero suscitare accuse di disfattismo. "Ti mando qualche altra fotografia ... ne avrei molte altre belle da mandarti, ma sono pericolose." Scriveva un ufficiale alla famiglia. A questa si sommava una sorta di autocensura psicologica, personale, tesa a non destare ansie nelle famiglie lontane dal fronte, inviando immagini di stenti o di morte.
 


La censura militare era molto decisa e fiscale nel bocciare immagini di materiali militari danneggiati, mentre indulgeva sulle foto dei caduti sul campo, alcune orripilanti. Molte immagini erano censurate, inoltre, (anche foto ufficiali) per la loro scarsa nitidezza o per il soggetto non particolarmente marziale. La sensibilità del soldato fotografo era l`unica garanzia per un`immagine che si staccasse dagli stereotipi del ritratto o del paesaggio, profondamente radicati nella cultura popolare dell`epoca (tra l`altro amplificati dalla propaganda dei giornali illustrati). Un rullino costava circa 4000 lire odierne (lire 1,25 per 8 pose), costo ai più accessibile, anche se non era facile reperirne nelle città a ridosso del fronte. Molti soldati fotografi sviluppavano il materiale da soli in laboratori improvvisati nelle retrovie, come attesta il contenuto dello zainetto di un ufficiale di artiglieria, esperto fotoamatore: 1 portafogli con relative lire 150 - 2 album per fotografie - 1 scatola puntine - carte e foto - 1 lanterna rossa per fotografia - 3 bacinelle - 2 torchietti - 12 pacch. carte al bromuro Kodak 50 negative già fatte - carta al solio, tubetti di sviluppo, viraggio, fissaggio, rinforzatori,35 ingrandimenti di fotografie, 30 fotografie id. 9 x 12, 100 fotografie id. di piccolo formato, 12 rotoli di pellicola Kodak 4 x 4 1/2 24 pacchi di lastre 4 1/2 x 6 .

 

La diffusione dell`hobby fotografico viene attestato anche dalla cura con cui i soldati reporter spesso annotavano le pose su fogli estemporanei. Ogni immagine era corredata da commenti inerenti esposizione, diaframma e condizioni di luminosità. I soggetti erano quasi sempre ritratti di gruppo (non mancavano infatti i "piaceri" fatti ai commilitoni sprovvisti di camera a scatto che volevano inviare una foto a casa), paesaggi e immagini di lavori di retrovia. Non era infatti consentito fotografare in prima linea, se non si possedevano speciali lasciapassare.
 

Quante foto di guerra furono scattate tra il 1915 ed il 1918 e quante di queste rimangono disponibili oggi? Difficile è il computo a causa la dispersione degli archivi privati, molti dei quali ancora non catalogati da enti cui furono affidati, altri ancora sepolti in soffitta. Proprio in questi archivi privati giacciono spesso i soggetti più interessanti, sfuggiti alle forbici della censura, custoditi dai militari in scatole di latta e mai inviate alla famiglia lontana.
 

Sappiamo comunque che in Italia, nel 1918, v`erano circa 600 fotografi militari ufficiali che archiviarono un totale di quasi 150.000 negativi, circa 10.000 lastre formato 13x18 e 70.000 stampe 13 x 18. Conosciamo anche la disponibilità di diapositive da utilizzare per conferenze e scuole militari. Non conosciamo però l`ammontare dell`iconografia privata, della quale una parte cospicua fu perduta dagli eredi dei combattenti per scarsa sensibilità.
 

Dall`indirizzo http://www.valgame.eu/trincee/files/fotografi.htm


è un'idea di Roberto Pilia
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