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Monte Zebio e l`Altipiano di Asiago
Galleria Fotografica
(clicca per ingrandire)

Si arrivò sullo Zebio stanchi per la lunga corsa, su per i monti e giù nelle valli a rotta di collo: quasi 8 km all`inseguimento degli austriaci. Questi, con nostra grande sorpresa, abbandonarono Monte Fior alla chetichella: ci occorse poco tempo per comprenderne il motivo.
I nostri Fanti pensarono già alla Vittoria: erano stati mandati sui monti per fermare gli austriaci, e ora il nemico si ritirava, anzi scappava davanti ai loro fucili. Erano euforici quasi increduli. Anche per i caduti avuti sul Monte Fior: il nemico in fuga li ripagava in parte di quelle perdite.
Ma si dovettero ricredere subito.
Il nemico si attestò sullo Zebio, lo slancio della Sassari si infranse duramente sulla linea difensiva apprestata dagli austriaci sulle quote  1708 e 1677.
La conformazione del terreno rendeva difficile anche solo verificare con esattezza la posizione del nemico e lo studio delle loro difese.
La nostra artiglieria, per la scarsa capacità e la posizione infelice, in un primo tempo fece più morti nelle nostre file che non i cannoni nemici.
Lo Zebio diventò un caposaldo imprendibile. L`unico obiettivo che la Sassari non conquistò nei quattro anni di guerra: iniziarono così i giorni del grande delirio: in circa 400 giorni le perdite furono di quasi 6.000 uomini.
L`anno sullo Zebio condannò tutti al ricordo, nessuno riuscì più a dimenticare.
Quei giorni portarono Lussu a lasciare su carta quei giorni, in "Un anno sull`altipiano" riportò d`istinto solo i ricordi e forse neanche quelli più duri.  
In questa pagina troverete una nutrita raccolta di immagini relative a Asiago, il suo altipiano e  Monte Zebio. 
 
Le immagini odierne dell`altipiano di Asiago e di Monte Zebio sono mutuate dal sito www.magicoveneto.it,  visitatelo, vi accarezzerà il cuore.
 
 
Furono 15 mesi  di inferno, di oblio.  Per la Sassari si ripetettero i giorni infami e infausti del Carso.
Bloccati sulle posizioni, sotto il fuoco nemico oltre a quello della nostra artiglieria, i nostri Fanti non cedettero un metro di terreno. Ma il nemico aveva avuto il tempo e l`accortezza di preparare le difese. A Crocetta Zebio aveva fortificato un torrione naturale e ne aveva fatto un caposaldo imprendibile, per i nostri fanti e per la nostra artiglieria.
In 400 giorni il Fante si annienta psicologicamente, entra in una dimensione unica, folle, dentro la quale prevale solo la morte. Il tempo si ferma, il nemico che si fa più vicino: lo si vede bene, quasi lo si tocca.
In un anno qualcosa ti devi inventare per sopravvivere, per dare a te stesso una riprova della tua esistenza, della tua sopravvivenza.
Ma in un continuo tiro alla fune con il nemico, in una perenne partita da fondo campo, durante la quale rinvii al  nemico la palla avvelenata, nella speranza di un passo falso, di un colpo di fortuna, di un aiuto dal cielo, il Fante impara.
Il Fante ha il tempo di pensare ancora come la guerra, quella guerra, sia del tutto inutile. Uomini che non si conoscono vengono mandati, da uomini che si conosce bene, a uccidersi.
Il Fante faceva parte di quel "materiale bellico" che era del tutto sacrificabile, come fosse una cartuccia, un cannone, una bomba: la cosiddetta "carne da macello".
La Sassari diventa così, suo malgrado, una scuola di pensiero, forse povero certo oltre che un pensiero intimo, non gridato.
Ribadiamo il fatto che la Sassari fece sempre, e comunque, il proprio dovere, ma esigeva un maggiore coinvolgimento nelle scelte strategiche: non voleva essere solo una pedina sacrificabile. La quotidiana esperienza acquisita dal pastore sardo, in tempo di pace nella guerra per la vita e contro tutti gli ostacoli del destino, si trasferisce in trincea.  La Brigata Sassari si oppose in maggiore modo al diverso trattamento concesso alle altre Brigata, alle quali si concedevano maggiori turni di riposo nelle retrovie; questa fu una delle più importanti  rivendicazioni dei nostri Fanti, oltre all`igiene e al vestiario. I turni di riposo poi si ripercuotevano, ovvio, direttamente sui turni di licenza.
La licenza, questo era il sogno più ambito; non esisteva altro. Si rinunciava a tutto per una licenza, non esistevano medaglie o premi in danaro da preferire a una settimana in Sardegna, a casa, in famiglia. Ci si offriva anche volontari per operazioni estreme se si poteva ottenere la tanto agognata licenza.
 

è un'idea di Roberto Pilia
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